Hennebique

Il gigante armato in cerca di riscatto

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Trovarsi nell’oscurità di una stiva e venire risucchiato da un tubo. Percorrere un pontile su di un nastro trasportatore ed entrare in una sorta di reggia. Resistere a un vortice, essere raccolto nella tasca di un elevatore “a noria”, salire per 40 metri all’interno di una torre ed essere rovesciato sul piatto di una bilancia. Scivolare giù per un tubo, attraversare su un altro nastro un’ampia sala colonnata e cadere in una botola finendo in un pozzo profondo 15 metri.

Quanto descritto finora non è né un lunapark né una sequenza inedita di un film di Indiana Jones, ma è l’avventura, all’inizio del XX Secolo, di un qualsiasi chicco di grano approdato a Genova e stoccato nei Silos Hennebique.

Nel 1901, in quel Porto Vecchio che solo di recente è stato rinominato “Antico”, entrano in funzione sia i Magazzini Generali (poi del cotone) sia i Silos Granari: una coincidenza che nasconde un passaggio di consegne fra due epoche. Se infatti i Magazzini sono un consuntivo di ingegneria ottocentesca, fatta di spesse murature perimetrali, solai a voltini e travetti su colonne di ghisa, e coperture a capriate Polonceau, i Silos celebrano la grande novità del momento nel mondo della tecnologia del costruire: il calcestruzzo armato.

Nel 1892 infatti Francois Hennebique deposita i brevetti relativi al sistema costruttivo da lui concepito; nel 1896 nasce la sua fiduciaria per l’Italia, la Porcheddu di Torino, che due anni dopo, proprio a Genova, realizza forse il primo edificio pubblico italiano interamente in calcestruzzo armato: il padiglione centrale del Mercato Orientale; nel 1901 infine, su progetto degli ingegneri Carissimo, Crotti e De Cristoforis, ecco i Silos Granari: al centro il corpo macchine, ai lati decine di celle di stoccaggio (da subito le 172 dell’ala est, mentre quella ovest verrà completata 10 anni dopo), sul fronte mare una manica di uffici e, al piano terra, un porticato a copertura dei binari di carico per i vagoni merci.

Hennebique è tante cose: è palcoscenico per giganti dell’imprenditoria e novità della tecnologia, prima con Porcheddu e i brevetti della casa madre, poi, negli ampliamenti, con Ferrobeton e i brevetti Monier / Weiss & Freitag; è automazione del lavoro, che permette di concentrare in un volume lungo 212 metri fino a 65000 tonnellate di granaglie, movimentandone anche 8000 al giorno; è palazzo fuori e macchina dentro, Belle Epoque già gravida di Futurismo.

Hennebique è famoso all’estero: nel 1927, ne “L’architettura della nuova epoca” di G.A. Platz, di fatto il primo manuale di storia dell’architettura contemporanea, è l’unico edificio italiano citato. A Genova invece è un vero e proprio fuori scala, infatti con buona approssimazione è esteso tanto quanto tutta Via Roma; ma 212 metri lungo una banchina portuale, all’ombra della Lanterna sono oltremodo familiari, perché nel corso del tempo significano “Roma”, “Augustus”, “Andrea Doria”, “Colombo”.

Passano gli anni e tanto i Magazzini quanto i Silos lavorano instancabilmente, seppure nel quadro di un Porto Vecchio sempre più caotico e congestionato, e necessariamente entrambe le strutture subiscono modifiche e adattamenti, processo che però incide di più sull’aspetto di Hennebique, la cui originaria grazia mitteleuropea, soprattutto sul fronte mare, viene gradualmente occultata da aggiunte e sopraelevazioni. Negli anni Ottanta poi i destini dei due edifici si separano definitivamente: da un lato infatti i Magazzini del Cotone per loro fortuna vengono coinvolti nella vasta operazione “Porto Antico”, di fatto l’ultima grande iniezione di fondi pubblici per Genova da parte della Prima Repubblica; dall’altro invece i Silos rimangono soli: orfani della concessionaria Ferruzzi, travolta dagli scandali a un passo dall’attuazione di un progetto di riconversione in albergo, essi vengono esclusi sia dal concorso per Ponte Parodi sia dal rilancio della retrostante Darsena.

Sono anni di vero e proprio limbo in cui Hennebique, con quella torretta svettante fra due ali sproporzionate, non solo sembra ma si dimostra proprio un “gigante dalle spalle larghe”: pazientemente sopporta il ruolo di registro delle presenze per architetti più o meno noti che periodicamente elaborano progetti senza alcun seguito; pazientemente subisce l’evirazione di quel gioiello tecnologico che era il suo pontile meccanizzato, al cui posto oggi galleggia una distesa di chiatte; pazientemente si fa scivolare addosso troppe, inutili chiacchiere oscillanti fra ingannevoli proclami di imminenti soluzioni e sconcertanti richieste di demolizione totale, in nome di una “fame di spazio” che, a fronte di un Ponte Parodi vuoto da vent’anni e più in generale di una Genova semi-spopolata, fa semplicemente ridere.

Ora però, dopo 2 gare andate deserte per manifesta insostenibilità delle richieste di bando, sembra che la pazienza di Hennebique sia prossima ad essere premiata, ma penso e spero che mi si perdonerà se, per scaramanzia, non scrivo oltre.